“Io, sindaco nella Puglia dei primi cittadini sotto attacco: ecco perché siamo gli sfigati della Casta”

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primi cittadini sotto attacco articolo di Davide Carlucci la RepubblicaDavide Carlucci, primo cittadino di Acquaviva delle Fonti (Bari), racconta come si vive in prima linea col rischio delle intimidazioni. “L’aria é cambiata in molti Comuni per decenni ostaggio della malavita”

di DAVIDE CARLUCCI

Potrebbe essere uno dei tanti ai quali non ho dato un lavoro. Oppure quella signora che l’altro giorno ha iniziato a urlare battendosi il petto perché non ha ottenuto l’alloggio popolare. Potrebbe essere l’uomo che proprio stamattina mi ha minacciato dal balcone, “adesso scendo”, semplicemente perché i vigli urbani, che erano con me, gli hanno intimato di spostare l’auto parcheggiata sul marciapiedi. Oppure, qualcuno pagato da chi vuol fare scempio del nostro territorio e mi vede come un ostacolo.

Potrebbe essere uno dei tanti haters, gli odiatori che popolano il mondo dei social network, a scavalcare un giorno il confine tra il virtuale e il reale, sottile come la vetrata della porta del mio ufficio, per ritrovarsi di fronte a me pronto a colpire, spero non mortalmente, come è successo al martire di tutti i sindaci del Sud. Parliamo di quell’Angelo Vassallo ammazzato nel 2010 perché amava troppo il mare della sua Pollica, e per questo amore aveva detto troppi no. E spero che non mi succeda un decimo di quello che è successo ai miei colleghi di Peschici, Terlizzi, Ruvo, Gioia del Colle, Bitonto, Bisceglie, Grumo, e tutti gli altri primi cittadini pugliesi e italiani vittime di questa escalation di aggressioni istituzionali.

Ma questo rischio l’ho messo nel conto fin da quando ho deciso di candidarmi a sindaco di Acquaviva delle Fonti. Qualche aggressione l’hanno subita anche due assessori della mia giunta. Uno dei due è stato colpito con un bastone da un disagiato psichico che stavamo cercando di inserire in lavori di cura del verde. Ne abbiamo parlato tra di noi, abbiamo contattato il Centro di salute mentale e siamo arrivati alla conclusione che era stato un momento di fallimento del nostro progetto di inclusione. Ma che dovevamo superarlo. E il progetto sta andando avanti.

Noi amministratori siamo oggi quelli della prima linea. Gli sfigati della Casta: una indennità da 2mila euro netti al mese per assumersi responsabilità di ogni tipo, dalla Protezione civile alla firma dei trattamenti sanitari obbligatori, ma soprattutto per fare da front office della disperazione. Per dire “non ci posso fare niente” a chi pensa che lo Stato italiano debba garantire, com’è giusto, il diritto a un’abitazione dignitosa. Cercano lo Stato e lo Stato siamo noi. Noi che durante i nostri incontri dobbiamo dire ai nostri interlocutori di fare attenzione, perché potrebbero rovinarsi le giacche: le tappezzerie delle sedie sono ormai tutte scucite, dal legno escono i chiodini, non abbiamo mai pensato seriamente a cambiarle perché ci sono ben altre priorità.

Eppure in bilancio abbiamo da parte 18 milioni di euro come avanzi di amministrazione. Ma non li possiamo spendere. A parte quelli accantonati per eventuali risarcimenti giudiziari, un paio di milioni sono bloccati perché vincolati dalla Legge di stabilità, da Roma e prima ancora da Bruxelles. I limiti finanziari si sono fatti rigidissimi per i Comuni, ma per tantissimi anni non è stato così. E troppa gente non lo ha ancora capito. Cercano una risposta alla loro disperazione e, non avendo i soldi per pagare il biglietto di un treno, trovano il posto più vicino per sfogare la loro rabbia con il presidio più vicino della Repubblica Italiana.

Molti altri sono stati viziati, coccolati, presi per mano sotto elezioni con l’assicurazione che se avessero votato bene un domani un posto in Comune, alle Poste, in ospedale, all’Inps, al Catasto. Per tanto tempo, uno su due, su tre, su dieci, su cento, ce la faceva. Era una lotteria che valeva la pena di tentare. Il Comune “dava il lavoro”. Un vecchio amministratore ci ha spiegato come funzionava negli anni Cinquanta: sotto il municipio di Acquaviva, in piazza Vittorio Emanuele, si facevano trovare i disoccupati al mattino. Ogni tanto c’era un nuovo cantiere, la scuola rurale da costruire, i bagni pubblici, eccetera. Scendeva l’assessore o il sindaco in persona e diceva: “Voi andate lì, voi altri invece aspettate”.

E tutto filava liscio, soprattutto se si era in lista d’attesa nel partito giusto. Oggi non è più così o se lo è, è in misura ridottissima. I lavori pubblici si fanno con il contagocce e devono soggiacere a procedure sempre più rigide di evidenza pubblica, supercontrollate dall’Anac, l’Anticorruzione. Certo, ci sono sempre le imprese che svolgono servizi per il Comune, come lo smaltimento rifiuti, dove spesso si entra, diciamo così, per famiglie. E se cambi criterio, che la linea è che deve lavorare invece chi ha bisogno e garantisce professionalità, ecco quello è uno dei casi in cui si può finire nel mirino dei clan.

Perché la verità è che l’aria è cambiata in molti Comuni per decenni ostaggio della malavita o di una classe politica che il voto mafioso non lo schifava. In molti attentati di questi ultimi mesi, ho visto il tentativo di tarpare le ali al volo libero della bella politica, quei miracoli che forse si possono inverare solo nelle piccole comunità, dove può succedere che si cerchi il bene comune tra persone che si guardano negli occhi. E non è una faccenda di sigle, algoritmi o sontuose campagne di persuasione sponsorizzate dai grandi interessi: nei nostri paesi si fa politica a mani nude, con la faccia, e spesso ci si fa anche male.

Sorgente www.repubblica.it: “Io, sindaco nella Puglia dei primi cittadini sotto attacco: ecco perché siamo gli sfigati della Casta”

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